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Un viaggio in Russia (C. Andolina)

Il primo giorno
Volare Aeroflot non e' poi cosi' male come raccontano. Nel senso che la Russia in alto e' interessante quanto la Russia che sta in basso. Quando alle 12.15 il grosso Ilyushin si solleva dalla pista del Tessera di Venezia entri gia' in un’altra dimensione, fatta di sedili ingovernabili, aria condizionata a temperatura glaciale e vicini di posto che fumano sigari Romeo y Julieta, incuranti dei rimbrotti delle hostess e dei divieti. Il volo e' piacevole. In bagno sperimento per la prima volta il funzionamento di un rubinetto russo. Ci metto 5 minuti a capire che qui non serve schiacciare, spingere, premere, tirare come nelle toilette del resto del mondo. Bisogna sollevare dal basso verso l’alto, a costo di slogarsi una falange, un piolo metallico che eroga un filino d’acqua inconsistente. Scopriro' poi che il geniale sistema e' adottato pure nei bagni dei treni. A un certo punto, da qualche parte sopra la Polonia, le hostess si ricordano anche di portarci qualcosa da mangiare. In basso intanto comincia a scorrere la sterminata pianura russa. E dopo tre ore di permanenza in aria senza sussulti, l’aereo atterra perfettamente all’aeroporto internazionale di Mosca. Non si puo' dire che gli standard di sicurezza siano gli stessi nei voli interni (infatti il 3 luglio ci sara' un disastro aereo con 145 morti presso Irkutsk, in Siberia. Ma forse si e' trattato di un attentato). All’uscita dal velivolo c’e' la competizione per arrivare tra i primi al controllo passaporti. Le guide e gli amici avevano avvertito che le code allo Sheremetyevo possono diventare bibliche. Cosi' mi piazzo in “pole position”, insieme agli habitue'. Gli altri passeggeri italiani, complici la novita' e l’alfabeto, hanno invece l’aria piuttosto stralunata. Mentre sono in fila attacco bottone con una simpatica e impaurita ragazza di Treviso, che lavora per una nota catena di abbigliamento. Lei viene periodicamente per controllare l’andamento dei negozi a Mosca e mi sconsiglia col cuore in mano di girare da solo. «Io qui non faccio un passo senza essere accompagnata. È pericoloso!» avverte. Quando le chiedo perche', risponde che e' pieno di mafia e criminalita'. Il ritornello l’avevo gia' sentito, ma da un’altra parte… Sorprendentemente la faccenda della coda si risolve in appena un’ora. Con il placet dei suoi indagatori occhi verdi, dopo soli tre minuti la doganiera mi riconsegna il passaporto timbrato: adesso sono “dentro la pancia dell’orso”! Ad attendermi all’uscita c’e' un cartello con la scritta “Mr. Andolina”. Lo regge Mikha'il, un ragazzotto robusto di poche parole, dalla guida decisa e dal temperamento bonario. Accanto all’aeroporto c’e' l’ormai inevitabile magazzino dell’Ikea. L’impatto col traffico moscovita potrebbe avere effetti da mare forza 8, ma fortunatamente riduco al minimo il disagio perche' ho gia' fatto pratica di guida sportiva sulle tangenziali di Palermo e di Mestre. Mikha'il, il quale non vuole essere da meno dei “piloti” che utilizzano la corsia divisoria per sorpassare, porta il contachilometri della sua Ziguli' nera a 130 all’ora. Il rombo del motore si fa preoccupante. Quando lo faccio notare, il conducente accenna un ghigno beffardo: «Njet problem!». Comincio a pensare che forse voglia una mancia. Invece, dopo aver attraversato mezza citta' in appena 40 minuti, “atterriamo” sani e salvi al blocco n.36 in Leninskij Prospekt, vicino alla Gagarina Ploshad (piazza) e alla fermata della metro. Al decimo e ultimo piano c’e' la famiglia che mi attende. E Mikha'il, che non vuole la mancia e continua a non proferire parola, “pretende” invece di aiutarmi a portare la valigia in casa.

Una Famiglia
Credo che non dimentichero' mai l’odore deciso, pungente che mi ha assalito la prima volta in cui ho messo piede in una casa russa. Un misto di legno bagnato, zuppa di cavoli raffreddata e qualcos’altro che non ho identificato. La scelta era odiarlo o amarlo. Io mi ci sono affezionato quasi subito, e quando adesso penso alla Russia ricordo soprattutto l’odore della prima casa che ho visitato.
La “mia” famiglia e' Gregorij, un simpatico e arzillo vecchietto che dimostra meno dei suoi 74 anni. La sua voce e' carezzevole e i modi cordiali. La prima parola che mi insegna e' “karasho'” (bene), che lui usa per tirare il fiato tra un discorso e l’altro. Tra cinque parole d’inglese, due in tedesco, una in italiano, un dizionario tascabile ruskij-angliskij-ruskij e molti, molti gesti, riusciamo infatti a comunicare perfettamente. A me viene in soccorso soprattutto l’intuito, a lui l’esperienza.
Comunque, la conversazione durante i tre giorni della mia permanenza a Mosca si rivela sempre interessante per entrambi. Gregorij dispensa utilissimi consigli su come muovermi e sopravvivere da solo a Mosca. Io discetto abilmente sulla poesia di uno spaghetto aglio, olio e peperoncino al dente e sugli ultimi sviluppi della campagna-acquisti dell’Inter (Gregorij ama la pasta, e' stato in Italia nel 1988 con un viaggio organizzato e ha visto lo stadio Olimpico a Roma). Insieme siamo d’accordo sul fatto che i nostri rispettivi popoli conoscono l’arte di “arrangiarsi”.
L’appartamento e' piccolo, decoroso e molto pulito. Ogni volta che rientro, per prima cosa noto lo sguardo ansioso di Gregorij. Allora mi tolgo subito le scarpe e infilo le ciabatte, mentre i corrugamenti delle sue sopracciglia si spianano per lasciare posto a un’espressione rasserenata. Anche oggi, pensa lui, il parquet e la decenza sono salvi. Per la verita' ci vediamo solo a colazione e cena, perche' io me ne sto fuori tutta la giornata a godere la citta' e il sole. Nella mia stanza c’e' uno scaffale fitto di libri, grazie ai quali mi esercito a ripassare i caratteri cirillici prima di addormentarmi.
Ogni mattina mi telefona la gentilissima Natalja, una delle figlie di Gregorij, che mi chiede se ho bisogno che lei mi faccia da guida. Rispondo che gradirei un’esperta della Mosca by night. Lei insiste per farmi conoscere l’ebbrezza di una visita a S. Basilio a mezzogiorno. Replico che ai monumenti preferisco la vita quotidiana della gente. Alla fine non riusciremo a metterci d’accordo neanche per un gelato pomeridiano sull’Arbat ulitza (via). Ma la voce di Natalja rimane sempre cortese e l’ultimo giorno della mia permanenza mi invita a ritornare presto a Mosca.

Sightseeing a Mosca
Mosca e' selettiva. L’agglomerato urbano stupisce certamente per le proporzioni (quasi 50 chilometri da nord a sud, un po’ meno sulla direttrice est-ovest). Puo' anche intimorire per una certa tendenza al gigantismo dei suoi palazzi, cui nell’ ”altra” Europa non siamo tanto abituati. Ma quello che rende Mosca davvero particolare, e per questo a mio parere senza sfumature, quasi crudele, e' il modo in cui i contrasti sociali creatisi negli ultimi anni ti vengono sbattuti in faccia. Se hai la fortuna di volertene accorgere. Alla societa' del socialismo reale, magari anche grigia e sgangherata, in cui comunque ad ognuno era assicurato un minimo vitale al posto delle liberta' individuali, si e' sostituita una giungla scintillante e de-regolata, e non per questo meno illiberale, in cui la stragrande maggioranza della popolazione e' tragicamente impegnata in una lotta darwiniana per arrivare a fine mese. Mosca e' stata “spolverata” per fungere da vetrina del nuovo impero della “famiglia” Putin & Co.. In realta' e' la facciata di un paese in svendita. La societa' britannica di ricerche “William Mercer” colloca la citta' al secondo posto MONDIALE per il costo della vita (S.Pietroburgo e' al settimo…) nel 2000/2001. Subito dopo Tokio, ben prima di Hong Kong e New York…
Eppure basta appena grattare la patina, allontanarsi un po’ dai circuiti in cui sono intruppati tutti i turisti (americani e giapponesi in maggioranza), farsi trasportare per le strade dall’istinto, e ti accorgi che non e' tutto oro quello che luccica. Se stai attento, noterai che la maggior parte della folla che anima i grandi centri commerciali di ploshad (piazza) Maneshnaja o i rinnovati GUM, strabordanti di merci lussuose e vetrine luccicanti, infila l’uscita con niente in mano. Neanche un paio di calzini, perche' pure i prezzi dei mercatini sotto casa sono gia' troppo alti per concedersi uno sfizio. Solo i self-service dei ristoranti funzionano a pieno regime; ma almeno la pancia piena e' un investimento sicuro. Le commesse intanto si girano i pollici e fanno finta di sistemare vestiti che nessuno ha provato. Se hai gli occhi aperti, ti accorgerai che alcuni chioschetti di periferia vendono a 3 rubli (250 lire) i sacchetti in plastica di “Dolce & Gabbana”. Ma con niente dentro, perche' l’importante e' andare nella “city” con l’illusione di poter fare shopping.
Poi, tra le 6 e le 8 di sera, quasi tutti ritornano dal lavoro verso le immense periferie-dormitorio. A Ostankino, Kuncevo, Gol’janovo, nei trilocali da dividere in quattro o cinque. Per loro, la giornata e' finita qua. Segui questo fiume di gente nella metro, e la vista degli straccioni, degli ubriachi, delle vecchiette inginocchiate che elemosinano, degli sguardi spenti delle venditrici di fiori di campo e' come un ceffone a tutti gli idealismi di ogni latitudine e colore. Sono a centinaia, in ogni stazione, agli angoli delle strade. Sopra, lungo la Tverskaja, i “nuovi ricchi” iniziano adesso a scendere dalle limousine con autista per andare a cenare magari con l’amante, circondati dalle guardie del corpo. I turisti si preparano a fare quattro salti in discoteca o l’ennesimo giro panoramico con la guida; qualcuno va a caccia di valutnaje nelle hall degli alberghi.
Qualche fuso orario piu' avanti, a Vladivostock come a Irkutsk, a Magadan come a Vorkuta, sta per iniziare un “altro” giorno. Tanta gente e' a zonzo: non c’e' lavoro. E chi ce l’ha, spesso non viene pagato da mesi. Mosca e' un’illusione, un miraggio nel deserto, uno stato nello stato. Il resto del Paese e' alla bancarotta economica, sociale, morale. Quanto durera' ancora, questa calma apparente?
Si', Mosca e' anche bella. Ci sono la piazza Rossa, il Cremlino, il Bolshoij, la zona dell’Arbat, la “piccola” Mosca, il parco Gorkij, la vita notturna. Ma credo non ci si dovrebbe dimenticare mai l’aspetto drammatico che questa citta' nasconde e quello che essa rappresenta. Piu' che di turismo e di dollari, questa gente ha bisogno soprattutto di rispetto.

Aurora
Chi pensa che prendere un treno Mosca-Tver’-Bologoje-S.Pietroburgo sia un affare da temerari, non ha capito nulla. Alla Leningradskij vokzal (stazione) il viaggiatore italiano ha la possibilita' di tuffarsi in una folla multietnica e indaffarata, che non ha nulla da invidiare a un suk arabo nell’ora di punta. Si prova a trovare una via verso i binari tra dignitose venditrici di tappeti, piazzisti di sigarette dal sorriso placcato d’oro e passeggeri che, con grazia rugbistica, si fanno largo trascinando pacchi informi sigillati con il nastro adesivo. Sabato 30 giugno il rapido 160 “Aurora”, dal nome dell’incrociatore che nel 1917 diede il via alla rivoluzione d’ottobre sparando qualche colpo di cannone, e' pronto al binario 4. Parte puntuale, alle 17.20 spaccate. Colmera' in meno di sei ore i 750 chilometri che mi separano da Pietroburgo.
Il treno e' affollato e molto pulito. Tranne nei bagni, dove sembra che un’orda di tartari abbia appena tenuto un rave party. A bordo combatti con tavolini che o non vengono giu' per niente o scendono di scatto come coltelli a serramanico quando meno te lo aspetti, ascolti melodie italiane e Britney Spears in filodiffusione, osservi una coppia di svizzeri-tedeschi di Winthertur che impiega mezz’ora a strofinare il finestrino prima di accorgersi che lo sporco non sta dentro. Gratis, puoi anche prendere acqua bollente per il the dal samovar installato su ogni vagone. Per il viaggiatore italiano, una manna. Verso Redkino ci si mette oltre quattro minuti per attraversare la confluenza tra Shosha e Volga, che qui e' appena nato ma sembra gia' un lago. Elisabeth, un’americana obesa di Seattle, mi chiede se non sono emozionato ad attraversare proprio questo grande fiume. Come no, la rassicuro, e' per questo che sto facendo fuori mezza tavoletta di Lindt alla nocciola. Elisabeth, ansiosa di condividere in qualche modo il pathos del momento, agguanta senza farsi pregare l’altra meta' della tavoletta e si allontana soddisfatta. Fuori scorre la campagna russa. Struggente e sconfinata, come il cielo che la sovrasta. I campi punteggiati di izbe si alternano a boschi di betulle, larici e pini. Inizia la taiga. A Tver’, la prima fermata, c’e' il fuggi fuggi generale verso le uscite. Gli scaltri passeggeri russi, consapevoli dei prezzi praticati nella carrozza ristorante, scendono a “fare la spesa” sulle piattaforme, dove sorridenti e infiocchettate babuskj vendono frutta, gelati e bibite.
Quando alle 23 e 10 il treno arriva a Pietroburgo, e' da poco cominciato il lungo tramonto del nord. Ad attendermi alla Moskovskij vokzal c’e' un’eterea creatura dai capelli biondo oro, che regge il solito cartello con la scritta “Mr. Andolina”. Ljuda, la creatura, ha 21 anni, grandi occhi azzurri, spontaneita' da vendere e un sorriso meraviglioso che ti stende come un pugno su un occhio. Racconta che si arrangia come puo' (da queste parti e' la norma), anche facendo la cameriera e l’insegnante di aerobica. Infatti il fisico non consente repliche. Intanto io mi dichiaro K.O. al primo round, ma lei continua a sorridere e dice di non capire. In auto Ljuda ha qualche problema di orientamento, cosi' il trasferimento in hotel si trasforma in un simpatico e strampalato “giro turistico” di mezza citta' in cui il viaggiatore italiano che non era mai stato a Pietroburgo, cartina del Touring alla mano, spiega a una pietroburghese che non aveva mai conosciuto un italiano le strade da prendere. Ridiamo di gusto.
La citta' e' illuminata dalla luce surreale della “notte bianca”. Qui, tra giugno e luglio, il giorno si dilata a dismisura e un chiarore diffuso sostituisce la notte, mentre il sole si nasconde appena sette gradi sotto l’orizzonte. Lo spettacolo delle nuvole rosso fuoco in cielo e' mozzafiato. Anche se una volta in camera mi rendero' conto che, abituato all’impenetrabile oscurita' delle italiche tapparelle, qui e' come dormire con una Osram da 250 W puntata in faccia. Poco dopo mezzanotte, come nelle favole belle, Ljuda mi schiocca un bacio sulla guancia e si congeda. Solo che, invece della scarpa, mi rimane in mano il suo numero di telefono. «Per un altro giro turistico» spiega. E mentre si allontana, sorride un po’ imbarazzata.

San Pietroburgo
Che dire di questa citta'? Se la caotica Mosca e' la piu' orientale delle citta' europee, Pietroburgo e' la piu' europea tra le citta' russe. Con quelle sue “prospettive” dritte, chilometriche, infinite, che scoraggiano in partenza una camminata a lungo termine (ma il sottoscritto se n’e' sciroppata piu' di qualcuna). Con quel suo clima infido, che puo' trasformare una giornata davvero calda in un antipasto d’autunno (russo, non italiano…). Insomma: o la odi o la ami. Per me e' stato amore al primo sguardo. Sul “Repin”, il treno che il 5 luglio mi avrebbe portato in Finlandia, mi piangeva il cuore e gia' pensavo a quando avrei potuto ritornare.
San Pietroburgo e' una citta' dall’inverno buio e senza fine, da cuori solitari, da intellettuali demode', da romantiche passeggiate mano nella mano lungo la Neva, da visionari del genere avvistatori UFO: perche' la citta' viaggia, in un certo senso, in un’altra dimensione. Ma e' anche la citta' delle notti bianche, della intensissima vita notturna, della gente contenta per uno spruzzo di pioggia estiva, delle feste scatenate a base di vodka e…vodka sul tetto di uno studentato dell’isola Vasil’evskij (chiedere al mio fegato per credere), aspettando che alle 4 di mattina i ponti sul fiume si riabbassino per tornare in hotel.
Il prossimo anno Pietroburgo compira' 300 anni. Questa citta', nata a tavolino per volonta' dello zar Pietro il Grande, e' un capolavoro, un sogno, un miracolo urbanistico e architettonico di cinque milioni di persone. Alla stessa latitudine della Groenlandia e dell’Alaska. Fa impressione pensare che tanta bellezza, in un posto cosi' improbabile, sia dovuta principalmente al genio di generazioni di architetti italiani, che si formarono tra ‘600 e ‘700 a Roma e Parigi. Sorge spontaneo il parallelismo tra questo barocco e quello coetaneo, pure magnifico e premeditato, della Val di Noto in Sicilia. Una citta' che puo' essere descritta forse solo vivendola. Cominciando dai quattro chilometri della Nevskij Prospekt, “il” viale, dove di giorno non si passeggia ma si viene sospinti dalla marea umana che lo popola. Sapendo scegliere tra gli innumerevoli buoni ristoranti delle varie cucine del mondo, dove si possono gustare pranzi davvero sontuosi. O anche solo accontentandosi di una shaverma e una birra ai chioschetti della metro. Facendosi affascinare dagli scorci piu' reali e malinconici, lontani dalla folla, lungo uno dei canali che tagliano il centro storico. Prendendo il sole, distesi sul prato di uno dei tanti bei parchi. O ancora al tramonto, sui bastioni della fortezza di San Pietro e Paolo, sussurrando parole galanti a una splendida bellezza nordica. Quando vedi certi sorrisi, cosi' lontani dagli stereotipi falsi e impostati che ormai imperano in troppi posti di questo mondo, puoi ancora pensare che esistono popoli con un’anima.

Corrado Andolina
positcor@lettere.unipd.it